Deficit e debito pubblico: Italia sempre peggio

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L’Italia quest'anno avrà un deficit pari al 3% del prodotto interno lordo; per il prossimo anno il deficit previsto sarà pari al 2,9%; per il 2015 la crescita del debito pubblico è prevista dal 131,6% al 133,4%; il tasso di disoccupazione diminuirà dal 12,6% al 12,5%; l’avanzo primario scenderà dall’1,7% all’1,6%. Cosa vuol dire tutto questo? Con questo articolo vi fornirò gli strumenti per interpretare correttamente questi dati e farvi un'idea sull'attuale situazione economica. Una cosa è certa: non ci sono buone notizie.

Se l’Italia stesse ferma sarebbe già qualcosa. Avremmo trovato un punto fisso che, per quanto imbarazzante, avrebbe almeno garantito un minimo di staticità. E invece non è così. Non andiamo avanti ma, cosa ben più grave, arretriamo. Il terreno ci frana sotto i piedi e la situazione ci sta sfuggendo di mano. E vogliamo convincerci che un bonus di 80 euro al mese o un rateo di TFR ci salveranno.

Cominciamo a snocciolare qualche numero, che ne dite? Saranno noiosi ma servono a rappresentare l'idea. Allora, l’Italia avrà un deficit pari al 3% del prodotto interno lordo per quest’anno; per il prossimo anno il deficit previsto sarà pari al 2,9%; per il 2015 la crescita del debito è prevista dal 131,6% al 133,4%; il tasso di disoccupazione diminuirà dal 12,6% al 12,5%; l’avanzo primario scenderà dall’1,7% all’1,6%. Cosa vuol dire tutto questo? In poche parole: laddove le previsioni sono peggiorative, il danno sarà enorme; diversamente, laddove le previsioni risultano essere positive, i benefici saranno praticamente invisibili.

Adesso cerchiamo di dare una spiegazione a tali dati affinché tutti, anche i non addetti ai lavori, possano comprendere al meglio ciascuno di questi valori. Per questo farò riferimento ad alcuni libri di autori che, meglio di me, hanno saputo rappresentare e chiarire la situazione economica italiana. Ercole Pellicanò nel libro Il minimario del bravo manager spiega che il rapporto Deficit/Pil serve a confrontare l’indebitamento statale annuo con la capacità di produrre ricchezza e quindi di ripagare il debito che si accumula per effetto della presenza di deficit ricorrenti. Con il termine debito pubblico, invece, si intende il debito dello Stato nei confronti di altri soggetti ossia individui, imprese, banche o Stati esteri, che hanno sottoscritto un credito allo Stato sotto forma di obbligazioni ovvero titoli destinati a sostenere il disavanzo del fabbisogno finanziario statale oppure coprire l’eventuale deficit pubblico nel bilancio dello Stato.

E’ importante, quindi, comprendere la differenza tra deficit e debito pubblico anche per capire l’elevato grado di indebitamento dello Stato italiano. E se uno Stato ha un debito, a contribuire alla sua copertura sono tutti i cittadini. Tutti. Nessuno escluso.

Adesso facciamo un passo indietro, nel periodo che va tra il 1980 e il 1992. Dodici anni che hanno realmente modificato il corso della storia poiché in quel periodo si è verificata in Italia una grave degenerazione dello Stato sociale. In pratica si registrava una minore crescita economica accompagnata da un impressionante aumento della spesa pubblica, spinta dagli interessi sul debito pubblico dovuta, come ricorda Paolo Sabbioni nel suo libro Lezioni di diritto pubblico, ad una gestione delle imprese pubbliche e delle amministrazioni pubbliche non improntata a criteri di economicità. Insomma la spending review era ancora lontana e questo ha condotto lo Stato sull’orlo della catastrofe finanziaria al punto tale che nel 1992 è stata necessaria un’imposta straordinaria sui depositi bancari. A quel tempo il debito pubblico era giunto al 110% del prodotto interno lordo. A quanto è giunto quest’anno? Abbiamo detto del 131,6% e il prossimo anno sarà ancora peggio: 133,4%. La situazione è inquietante.

Solo guardando al passato si può comprendere meglio la situazione drammatica che stiamo attraversando in questi giorni e la cosa peggiore è che a ridurci in queste condizioni sono state una serie di scelte sbagliate. Scelte che, purtroppo, ancora oggi vengono fatte.

In primo luogo l’illusione che una busta paga arricchita di 80 euro mensili possa dare una svolta al sistema economico nazionale. Era prevedibile che non sarebbe stato così. E l'errore si sta amplificando arricchendo nuovamente le buste paga con il TFR. Questa operazione non rappresenta la risoluzione del problema ma è solo un modo per farlo slittare di qualche anno, scrollarselo di dosso e rifilarlo a chi verrà domani, ai nostri figli o ai figli dei nostri figli.

Quella del TFR in busta paga è un’operazione indolore per le casse erariali. Peccato, però, che i dolori sono delle imprese, soprattutto quelle più piccole, per le quali verrebbe a mancare una importante fonte di autofinanziamento. E sono dolori anche per i lavoratori che fino ad oggi hanno sempre creduto di poter utilizzare il TFR quando sarebbero andati in pensione o, se proprio necessario, in caso di alcune spese impreviste o per l’acquisto di una casa. Prelevando il TFR in busta paga e ammettendo che il governo preveda una tassazione separata, i lavoratori perderebbero comunque la quota di rivalutazione annuale. Con questa manovra il governo contribuisce sempre più a depauperare il patrimonio dei lavoratori dipendenti. Per avere una maggiore visione sul Trattamento di Fine Rapporto di Lavoro vi consiglio la lettura del libro Busta Paga TFR di Dimitri Cerioli e Fabio Pappalardo. Il volume analizza la problematica del Tfr a partire dalla sua introduzione nel 1982 e spiega come calcolare il trattamento, la rivalutazione e la tassazione.

Il bonus Irpef di 80 euro ai lavoratori dipendenti verrà confermato con le stesse caratteristiche di quest’anno. Inoltre ci saranno anche sgravi sul costo del lavoro per le imprese, l’allentamento del Patto interno per i Comuni, i fondi per la scuola e per la riforma del mercato del lavoro. Ottimo, verrebbe da dire, ma dove troviamo i fondi necessari? Tagli alla spesa, rispondono. A me questa risposta fa tremare. Perché in Italia tagliare la spesa vuol dire prevalentemente tagliare la sanità, i servizi indispensabili, le strutture, le detrazioni e le deduzioni, le agevolazioni per l’imprenditoria, i contributi a fondo perduto.

Siamo in recessione, signori. E ci siamo caduti per la terza volta nel giro di pochi anni. Evidentemente c’è qualcosa che non va in tutto il sistema. Occorre ritornare a crescere, occorrono scelte coraggiose, occorre un taglio dello stipendio per i manager dello stato. Personalmente non trovo alcuna giustificazione al fatto che un servo dello Stato percepisca una retribuzione dieci volte superiore a quella di una cassiera di un supermercato. Forse è arrivato il momento di fare qualche taglio.

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