La nuova disciplina del contratto di lavoro a tempo determinato

Contratto a tempo determinato
Contratto a tempo determinato

Il Dl 12 luglio 2018, n. 87 (Decreto Dignità) convertito, con modificazioni, dalla L. 9 agosto 2018, n. 96, perseguendo l'obiettivo di contrastare fenomeni di crescente precarizzazione in ambito lavorativo, è intervenuto sulle tipologie contrattuali modificando, in modo significativo, alcuni aspetti di rilevante importanza. In particolare, fra le misure per il contrasto al precariato, il decreto legge ha introdotto importanti modifiche alla disciplina del contratto di lavoro a tempo determinato.
I contratti a termine sono stati rinnovati, quindi, dopo la legge di conversione del Dl Dignità. Riviste le regole sui rapporti a tempo determinato, il regime transitorio per i contratti in essere e la reintroduzione delle causali obbligatorie. Disponibile anche il testo della legge commentato articolo per articolo.
Più nel dettaglio, nel contratto di lavoro a tempo determinato è prevista l'apposizione del termine e l'indicazione della durata massima. Per i contratti di lavoro superiori a dodici mesi è prevista l'indicazione della causale. Ridotta, inoltre, da trentasei a ventiquattro mesi la durata massima dei rapporti di lavoro a tempo determinato.
I contratti a termine di durata iniziale superiore a dodici mesi (nonché, come si vedrà meglio nel seguito di questo articolo, in tutti i casi di rinnovo e nelle proroghe che superano la durata di dodici mesi) dovranno, pertanto, contenere la causale.
Il mancato rispetto di tali disposizioni comporta la trasformazione del contratto a tempo indeterminato.
Ridotto, da 5 a 4, anche il numero delle volte in cui il termine del contratto a tempo determinato può essere prorogato nell’arco di 24 mesi. Esteso, infine, il termine entro il quale è possibile impugnare il contratto a tempo determinato: le nuove disposizioni prevedono che ciò debba avvenire entro 180 giorni dalla cessazione del singolo contratto.

Le principali regole del Decreto Dignità in materia di contratti di lavoro a termine
Durata massima Dodici mesi (ventiquattro mesi in presenza di causale)
Limite massimo dei lavoratori 20% dei lavoratori a tempo indeterminato
Proroga Quattro volte nell'arco dei ventiquattro mesi; successivamente ai dodici mesi è necessaria la causale
Rinnovo Causale obbligatoria
Causale
  • Esigenze temporanee e oggettive, estranee all'ordinaria attività
  • Esigenze di sostituzione di altri lavoratori
  • Esigenze connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili, dell'attività ordinaria

Con il decreto Dignità il legislatore inverte la rotta che era stata adottata con il Jobs act e, introducendo tali vincoli particolarmente stringenti, porta a pensare che l'obiettivo sia quello di ridimensionare drasticamente l'utilizzo del contratto a termine. Si può facilmente affermare, in estrema sintesi, che le novità introdotte dal decreto Dignità disincentivano il lavoro temporaneo in genere attraverso l'inserimento della causale, l'inasprimento della disciplina in materia di proroghe e rinnovi e la riduzione della durata massima del rapporto di lavoro a termine.

Termine e causali nel contratto a tempo determinato

Il decreto dignità (art. 1 Dl 12 luglio 2018, n. 87) ha riscritto i termini del contratto a tempo determinato e, nel modificare l'art. 19, c. 1, del D.Lgs. 15 giugno 2015, n. 81, ha stabilito che al contratto di lavoro subordinato possa essere apposto un termine di durata non superiore a dodici mesi.
La normativa, tuttavia, non esclude la possibilità di stipulare contratti di durata superiore, comunque non eccedenti i ventiquattro mesi, ma stabilisce, ai fini della legittimità del contratto a tempo determinato, la sussistenza di almeno una delle seguenti condizioni (causali):

  • esigenze temporanee e oggettive, estranee all'ordinaria attività;
  • esigenze di sostituzione di altri lavoratori;
  • esigenze connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili, dell'attività ordinaria.

La causale è la motivazione che giustifica l'apposizione del termine alla durata di un contratto di lavoro.

In tale ambito si nota come il Decreto Dignità riduca al minimo gli spazi destinati alla contrattazione collettiva nell'ambito del lavoro a tempo determinato. A differenza della disciplina previgente, che rimandava agli accordi collettivi la possibilità di adeguamento delle regole legali alla specificità dei vari contesti, il decreto legge 87/2018 interviene rigidamente non contemplando alcun intervento del CCNL. Il Dl 87/2018, infatti, condiziona la validità del contratto a tempo determinato, nel caso di durata o proroghe superiori a 12 mesi e comunque fin dal primo rinnovo, a causali ben definite e uguali per tutte le imprese e non a causali collegate a specifiche esigenze dell’impresa.
Più morbide sono, invece, le disposizioni dettate dal D.Lgs. 81/2015 in materia di somministrazione laddove l’art. 34, c. 2 affida alla contrattazione collettiva applicata alle Agenzie di somministrazione la competenza a disciplinare i casi e la durata delle proroghe del contratto a tempo determinato che l’agenzia può stipulare con il lavoratore da somministrare all’utilizzatore.
La stipula di un contratto a tempo determinato di durata superiore a dodici mesi in assenza delle prescritte condizioni comporta la trasformazione in contratto a tempo indeterminato a partire dalla data di superamento del termine di dodici mesi.
Il successivo comma 4 prevede che l'apposizione del termine al contratto sia priva di effetto se non risulta da atto scritto. Il datore di lavoro deve consegnare una copia dell'atto al lavoratore entro cinque giorni lavorativi dall'inizio della prestazione. In caso di rinnovo, l'atto deve contenere la specificazione delle citate esigenze in base alle quali è stipulato. In caso di proroga tale indicazione è necessaria solo quando il termine complessivo eccede i dodici mesi.
Marino Longoni, autore dell'ebook I nuovi contratti a termine si interroga sugli effetti del decreto dignità: sarà un colpo mortale per il precariato oppure un tentativo velleitario di creare occupazione stabile per legge. Il tema è abbastanza impegnativo e l'autore dell'opera lo affronta con grandissima attenzione. I lavoratori assunti con contratto a termine, secondo i dati forniti dall'Inps, sono quattro milioni e mezzo e non due milioni come riportato nella relazione di accompagnamento al decreto legge, sulla base dei dati forniti dal Ministero del Lavoro. Si tratta, in estrema sintesi di un esercito di lavoratori ai quali si applicano tutte le norme previste per i corrispondenti contratti a tempo indeterminato, salvo ovviamente la durata del contratto che ora si dovrà confrontare con le nuove regole.
La modifica più dirompente sarà senza dubbio l'obbligo di indicare la causale sulle assunzioni per un periodo superiore a dodici mesi o i rinnovi che portano la durata complessiva oltre il termine. L'autore del testo in commenti, infatti, riflette sul fatto che la causale sia vissuta come una trappola dalle aziende, poiché consente al lavoratore di far valere un cavillo giuridico che gli permette di ottenere dal giudice l'assunzione a tempo indeterminato.

Durata massima del contratto a termine

Il decreto Dignità riduce da trentasei a ventiquattro mesi la durata massima del contratto di lavoro a tempo determinato. La nuova formulazione dell'art. 19, c. 2 del D.Lgs. 15 giugno 2015, n. 81 prevede, infatti, che la durata dei rapporti di lavoro a tempo determinato intercorsi tra datore di lavoro e lavoratore, per effetto di una successione di contratti, conclusi per lo svolgimento di mansioni di pari livello e categoria legale e indipendentemente dai periodi di interruzione tra un contratto e l'altro, non può superare i ventiquattro mesi.
Superato tale limite, per effetto di un unico contratto o di una successione di contratti, il contratto stipulato con il lavoratore si trasforma in contratto a tempo indeterminato a decorrere dalla data di superamento.

Limite massimo di lavoratori

La regola generale prevista per i contratti a tempo determinato (di cui all'art. 23 del 81/2015, non interessata dalle modifiche introdotte dal Dl 87/2018) prevede che, in assenza di diversa disposizione dei contratti collettivi, non siano assunti lavoratori a tempo determinato in misura superiore al 20% del numero dei lavoratori a tempo indeterminato in forza al 1° gennaio dell'anno di assunzione.
La disposizione in commento fornisce tre differenti indicazioni:

  1. in caso di inizio dell'attività in corso dell'anno, il limite percentuale si computa sul numero dei lavoratori a tempo indeterminato in forza al momento dell'assunzione;
  2. rispetto al dato numerico ottenuto, il decimale va arrotondato all'unità superiore qualora questo sia uguale o superiore a 0,5;
  3. i datori di lavoro che occupano fino a cinque dipendenti possono stipulare un solo contratto di lavoro a tempo determinato.

Dal limite del 20% sono esclusi i contratti a tempo determinati conclusi:

  • nella fase di avvio di nuove attività (per periodi definiti dai contratti collettivi);
  • da imprese start-up innovative;
  • per lo svolgimento delle attività stagionali;
  • per specifici spettacoli ovvero programmi radiofonici o televisivi;
  • per la sostituzione di lavoratori assenti;
  • con lavoratori di età superiore a 50 anni;
  • da parte di università private, istituti di ricerca, enti culturali nei confronti di lavoratori impiegati per far fronte a esigenze temporanee specificate dalla norma.

Rinnovi e proroghe del contratto a tempo determinato

Analogamente a quanto previsto dall'art. 19, c. 1, D.Lgs. 15 giugno 2015, n. 81, il successivo art. 21, come modificato dal Dl 12 luglio 2018, n. 87, prevede che si possa procedere a rinnovo contrattuale solo a fronte delle condizioni di cui all'art. 19 c. 1 ossia:

  • esigenze temporanee e oggettive, estranee all'ordinaria attività, ovvero esigenze di sostituzione di altri lavoratori;
  • esigenze connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili, dell'attività ordinaria.

Il contratto, invece, può essere prorogato liberamente nei primi dodici mesi senza che debba risultare la ricorrenza delle causali. Superato tale periodo la proroga può avvenire solo in presenza delle causali di cui al citato art. 19 c. 1. La proroga può avvenire per un massimo di quattro volte (anziché 5 come nella disposizione previgente) nell'arco di ventiquattro mesi a prescindere dal numero dei contratti. In caso di proroghe maggiori, il contratto si trasforma a tempo indeterminato dalla data di decorrenza della quinta proroga.
Il legislatore tiene fuori da tali disposizioni i contratti per attività stagionali (intendendosi le attività previste dai contratti collettivi o dal DPR 1525/63) che possano essere rinnovati o prorogati anche in assenza delle previste causali.

Impugnazione del contratto a tempo determinato

Con le modifiche apportate all’art. 28, c. 1, del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81 è esteso il termine di impugnazione del contratto a tempo determinato. Secondo le nuove disposizioni, l’impugnazione del contratto a tempo determinato deve avvenire entro 180 giorni dalla cessazione del singolo contratto.

Decreto dignità commentato articolo per articolo

I nuovi contratti a termine dopo la legge di conversione del dl Dignità decreto legge 12 luglio 2018 n. 87 si applicano ai contratti di lavoro a tempo determinato stipulati successivamente alla data di entrata in vigore del decreto (14 luglio 2018) nonché ai rinnovi e alle proroghe contrattuali successivi al 31 ottobre 2018. Ho trovato molto utile la guida di ItaliaOggi, scritta da Marino Longoni e intitolata I nuovi contratti a termine in quanto illustra tutti i cambiamenti introdotti dalla prima legge del governo Conte, di conversione del decreto legge dignità e contiene il testo della legge commentato articolo per articolo.

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